Descrizione
C’è un filo che lega le parole di oggi ai suoni di un tempo lontano, un filo che attraversa il Po e racconta secoli di storia, lavoro e identità. È la voce della Transpadana Ferrarese, quella terra “oltre il Po” che da sempre vive a cavallo tra Ferrara e Rovigo. A restituirle dignità e memoria è il nuovo volume della Minelliana, La parlata transpadana di Gaiba, Stienta e Occhiobello, curato da Paolo Franco Bertasi, che sarà presentato venerdì 7 novembre alle ore 18.00 nella Sala Polivalente di Stienta. Interverrà Valentina Mini dell'Università di Ferrara. Il libro è il risultato di un lungo e appassionato lavoro collettivo, durato tre anni, condotto da gruppi di ricerca nei comuni di Gaiba, Stienta e Occhiobello. Un lavoro di ascolto, confronto e studio che ha dato vita a un’opera monumentale: oltre 5.500 parole dialettali analizzate, più di 400 modi di dire, 193 proverbi e 46 filastrocche e conte popolari. Un archivio linguistico e culturale prezioso, costruito con rigore scientifico ma anche con profondo affetto per una parlata che rischiava di perdersi nel silenzio. La parlata transpadana di Gaiba, Stienta e Occhiobello non è solo un dizionario: è un viaggio nella storia e nell’anima del territorio. Il volume ricostruisce le origini del dialetto transpadano, un idioma che conserva elementi latini, gallici e germanici e che rappresenta una vera e propria “isola linguistica” emiliana in territorio veneto. La parlata, rimasta per secoli quasi immutata, racconta una comunità sospesa tra due mondi – quello ferrarese e quello polesano – ma fedele alla propria identità. Il lettore scoprirà come dietro ogni parola si nasconda una storia: termini come brisa, pcà, znàr o spòrc
rivelano radici antichissime, affini al tedesco o al francese, segno della mescolanza di popoli che nei secoli hanno abitato queste terre di confine. Le spiegazioni etimologiche e le note grammaticali aiutano a cogliere la ricchezza e la logica interna di un sistema linguistico che, pur locale, riflette la complessità della storia europea. Ma il valore del libro va oltre la linguistica: è un atto di tutela della memoria collettiva. Il Curatore lo definisce un contributo per «non perdere le parole della nostra infanzia, le voci delle nostre case, la lingua della solidarietà e del lavoro». Un gesto di riconoscenza verso una generazione – quella nata a cavallo della metà del Novecento – che ha visto spegnersi lentamente l’uso quotidiano del dialetto, ma ne custodisce ancora le sfumature e i suoni. Accanto alle sezioni linguistiche, il volume raccoglie un ricco repertorio di espressioni popolari, proverbi, conte e filastrocche, testimonianze di una cultura orale vivace e ironica, in cui saggezza contadina e spirito pratico si intrecciano con un linguaggio schietto e musicale. Il pomeriggio del 7 novembre sarà quindi più di una presentazione: sarà un incontro con la memoria viva di una comunità, un invito a riconoscere nel dialetto non un relitto del passato, ma un segno di identità, una risorsa culturale e affettiva da tramandare. Perché ogni parola dialettale è una piccola storia di resistenza, un modo di dire “noi” nel tempo che cambia. Come si legge nella prefazione: «la nostra è forse l’ultima generazione dialettofona, ma il dialetto continuerà a vivere se sapremo raccontarlo, studiarlo e amarlo».